Oristano Romana
Le origini di Oristano devono riportarsi ad età
romana. Entro la fine del I secolo a.C. il territorio sul quale sorge la città
fu interessato dalla sistemazione dell’assetto viario. In quest'epoca dovettero
essere costruiti i ponti sul rio Palmas a sud di Othoca (l’attuale Santa Giusta)
e sul fiume Tirso, in relazione all'esigenza di collegare compiutamente gli
antichi centri dapprima fenici, successivamente punici e infine romani di Othoca
e Tharros. Si può affermare con certezza che la via "a Tibulas Sulcis", superato
il fiume Tirso con un ponte, attraversava l’area di Oristano in direzione di
Othoca. La strada in questione transitava nella piana del Sinis, tra la laguna
di Mistras e la costa orientale dello stagno di Cabras. A circa tre miglia a
nord di Othoca la via valicava il fiume Tirso con un ponte denominato «Ponti
Mannu», restaurato in età medievale e sotto il regno sabaudo, e andato distrutto
intorno al 1870. La strada, passato il ponte, superava un modesto affluente del
Tirso all'altezza dell'odierno incrocio tra via Satta-via Sardegna e via Tirso
su un ponte minore, detto «Pontixeddu», dirigendosi verso Othoca attraverso
l'area del centro storico attuale di Oristano.
Le attestazioni dell'
insediamento romano denotano un tipo di insediamento sparso. Nel settore ad
oriente della strada romana si avevano gli stanziamenti di Torangius (almeno dal
I sec. d.C.) e di via Azuni (riportabile forse al III/ IV secolo d.C., in
relazione a una struttura forse di carattere termale). Ad occidente della strada
sono documentati lo stanziamento della via San Martino, con un' area funeraria
attiva almeno dal I secolo d.C. e soprattutto il cospicuo centro di San Nicolò,
già esistente in età punica nel V sec. a.C. ma maggiormente sviluppato in fase
romana e successivamente in epoca alto e basso medievale.
Ognuno di questi
stanziamenti, connesso a fundi (latifondi) doveva possedere il proprio nome
sebbene non ci sia pervenuto attraverso le fonti. Il fundus si componeva di
appezzamenti di terreno adibiti a vari usi, in particolare alla cerealicoltura,
benché non si possano escludere anche colture specializzate e la zootecnia.
Per la fase repubblicana possiamo segnalare la necropoli di San Nicola,
mentre per il periodo imperiale annoveriamo gli insediamenti di Torangius,
Cuccuru Santu Antoni, Oristano, San Martino, San Nicola e San Giovanni dei
Fiori. Nella necropoli romana, che occupava l’area orientale più depressa in
prossimità della via "a Tibulas Sulcis", sono attestati i riti della cremazione
e della inumazione. Nel 1858 fra le macerie dello scavo presso la chiesa di San
Nicola è stato rinvenuto un sarcofago marmoreo di cui si conserva un frammento
di alzata del coperchio, oggi conservato al Museo archeologico di
Cagliari.
Fra i materiali sparsi in tutta l’area cimiteriale pertinenti ai
corredi funerari ricordiamo ceramiche, bronzi e vetri; mentre l’epitaffio
marmoreo della liberta Nigella, oggi conservato nel chiostro del convento di San
Martino, è riferibile a una seconda necropoli incentrata in quest’ultima area.
Databile alla primissima età imperiale, l’iscrizione potrebbe riferirsi a un
liberto della gens Claudia, Quintus Plautius Elenchus che dedicò il piccolo
monumento funerario ad una sua liberta.