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Le collezioni

La prestigiosa collezione dell’Avv. Efisio Pischedda

La collezione oristanese deriva dall’acquisto, da parte del Comune di Oristano, della raccolta di antichità di Efisio Pischedda, avvocato di Seneghe, che, appena venticinquenne, ritroviamo tra i corrispondenti di Giovanni Spano in qualità di collezionista archeologico

La collezione si compone di numerosissimi reperti che sono testimoninza di un arco temporale amplissimo.

L’Età Prenuragica (5000-1800 a.C.). Le prime tracce di presenze umane in Sardegna, costituite da strumenti realizzati su grandi schegge, risalgono al Paleolitico Inferiore (200-150.000 a.C.) e al Mesolitico (12.000 a.C. circa). Solo a partire dal Neolitico Antico (7000-3730 a.C.) però, popolazioni provenienti dalla Penisola Italiana, da quella Iberica e dall’Africa si trasferirono stabilmente nell’isola. Tra le zone privilegiate vi fu il territorio di Oristano, che offriva all’uomo preistorico stagni pescosi, fertili vallate e la preziosa ossidiana, una pietra vetrosa di origine vulcanica di colore nero estratta dal Monte Arci e utilizzata sia per confezionare armi e oggetti di uso quotidiano, sia per l’esportazione.

A testimonianza della più antica lavorazione di questa preziosa pietra, si possono citare i sei microliti geometrici conservati nell’Antiquarium Arborense. Col passaggio dal Neolitico Antico al Neolitico Medio (IV millennio a.C.-3300 a.C.), caratterizzato in Sardegna dalla cultura di Bonuighinu, gli uomini costruirono i primi villaggi all’aperto privilegiando come abitazione le capanne circolari ricoperte di erbe palustri, e seppellirono i loro morti in grotticelle artificiali (Domus de Janas), talora accompagnati da statuine della Dea Madre.

Mancano nella Collezione Pischedda le ceramiche e gli oggetti litici del Neolitico Medio, moltissimi sono invece i reperti litici del Neolitico Recente (3300-2700 a.C.) caratterizzato in Sardegna dalla Cultura di Ozieri, che ebbe nell’Oristanese la sua massima diffusione. A quest’epoca si riferiscono la maggior parte delle punte di freccia in ossidiana di forma triangolare con peduncolo, le punte di giavellotto a forma di lauro, le lame, i raschiatoi e i bulini sia in ossidiana che in selce. Per quanto riguarda le ceramiche possiamo portare a testimonianza il mestolo fittile di terracotta, alcuni frammenti di vaso di cultura di Ozieri e le fusaiole utilizzate per la tessitura, alcune delle quali decorate con motivi impressi o incisi.

Appartengono all’Età del rame (2700-1800 a.C.) i sei vasetti miniaturistici di probabile provenienza tombale. Alla successiva Età del Bronzo Antico (1800-1500 a.C.) invece, caratterizzata in Sardegna dalla cultura Bonnannaro, che costituisce la fase arcaica dell’Età Nuragica, si ascrive il vaso tripode a “cuenco” inornato.

L’Età Nuragica (1800-600 a.C.). Con l’Età del Bronzo Antico (1800 a.C.), iniziò in Sardegna la Civiltà Nuragica, una delle manifestazioni preistoriche più suggestive tra quelle elaborate nel bacino centro-occidentale del Mediterraneo. Appartengono al primissimo periodo nuragico (Bronzo Antico 1800-1500 a.C.) i tre vasi monoansati e il tripode di Cultura Bonnannaro di probabile origine tombale, rinvenuti nel Sinis di Cabras (OR). Al Bronzo Medio (1500-1350 a.C.) appartengono invece il frammento ceramico decorato a pettine e molte delle olle e ollette a due e quattro manici talora con relativo coperchio depositate nel corso di due secoli nel “pozzo votivo” del Nuraghe Sianeddu di Cabras (OR) e destinate, le più grandi a uso comune e votivo, le più piccole a uso esclusivamente votivo.

Ma la raffinatezza raggiunta dall’artigianato nuragico si può ammirare nelle tre brocche askoidi con orlo a becco lievemente decorato (sec. X-IX a.C.), nelle ceramiche nuragiche d’impasto (sec. X-VIII a.C.) e nella bellissima fiasca del pellegrino, una borraccia da viaggio ornata con incisioni a “spina di pesce” ispirata a modelli Vicino-Orientali o Ciprioti (sec. VII a.C.). Oggetto caratteristico è infine la pintadera, un timbro per pani sacri da cerimonia, fabbricato in ceramica incisa a “spina di pesce”. Anche i manufatti in bronzo della Collezione Pischedda provengono dalla Penisola del Sinis. Gli oggetti, ascrivibili al Bronzo Finale (1000-850 a.C.), costituivano probabilmente l’attrezzatura di un fabbro composta da un piccone, due doppie asce, un’ascia bipenne, un martello o mazza, una panella (lingotto) di rame e tre panetti di bronzo per la fusione. I puntali di lance, i frammenti di spilloni, i tre stiletti, il rasoio e le due faretrine votive sono invece ascrivibili alla Prima Età del Ferro (850-600 a.C.).

L’Età Fenicio-Punica (700-500 a.C. / 500-238 a.C.). Intorno al 1000 a.C. i Fenici provenienti dal Libano iniziarono a frequentare le coste della Sardegna. Nel 700 a.C. fondarono nella Penisola del Sinis la città di Tharros che divenne ben presto uno dei più importanti centri dell’isola. Della primitiva colonia fenicia di Tharros si riconoscono due necropoli a cremazione: una situata a Capo S.Marco, l’altra a S.Giovanni di Sinis, e il Tophet, un santuario di carattere funerario. La Collezione Pischedda presenta la più ampia serie di corredi funerari fenici ritrovati in Sardegna, costituiti da brocche con orlo a fungo, brocche con orlo bilobato, piatti, ampolle olearie, vasi attingitoi, fiaschette ornitomorfe, armi in ferro, gioielli in argento e sigilli scarabei. Accanto a questi materiali fenici sono stati ritrovati buccheri etruschi, ceramiche etrusco-corinzie e ceramiche attiche a figure nere, tra cui spicca la bellissima coppa con Eracle e il toro di Creta.

Nella seconda metà del sec. VI i Sardi dell’interno, per limitare l’espansione fenicia nei loro territori, attaccarono le città costiere che per difendersi chiesero aiuto a Cartagine. I Cartaginesi vinsero i sardi e conquistarono tutta l’isola, tranne la Barbagia, punicizzandola. Con la conquista cartaginese mutò il rituale funerario e le necropoli tharrensi si arricchirono di un tipo di tomba a camera destinata ad accogliere i defunti inumati insieme al loro corredo. Questo era composto da piatti, brocchette a orlo trilobato di ispirazione greca, vasi, anforette, fiaschette, vasi biberon, lucerne a conchiglia, ceramiche attiche a figure rosse e a vernice nera (secc. V-IV a.C.), ceramiche grigie di provenienza iberica (sec. IV a.C.) e porta olio per lucerne di provenienza laziale (sec. III a.C.). Dalle tombe a camera di Capo S.Marco provengono anche le bellissime terrecotte figurate della Collezione Pischedda. Di produzione sicuramente cartaginese è il busto di Eracle coronato dalla pelle del leone di Nemea recante il kernos (vaso per primizie) ascrivibile al sec. IV a.C. Di produzione tharrense, invece, le figurine di dea con disco al petto, le statuine femminili con velo a conchiglia, le suonatrici di doppio flauto, i bruciaprofumi a busto femminile recanti il kernos sulla testa, Atteone sbranato da un cane, la dea in trono con collana a triplice fila di pendenti e le molte statuette votive (secc. V-III a.C.). Si ascrive al V secolo a.C. la bellissima maschera apotropaica che aveva la funzione di vegliare sul sonno dei defunti allontanandone i demoni. Di produzione etrusca, infine, la bellissima fiaschetta a kline (letto per banchetti) con i due coniugi (sec.IV a.C.).

L’Età Romana (238-27 a.C. – 460 d.C.). Nel 238 a.C. i Cartaginesi sconfitti dai Romani nella prima guerra punica, cedettero la Sardegna che divenne una provincia di Roma. La città di Tharros mantenne l’importanza del periodo Cartaginese e si arricchì di nuovi edifici, di terme, di un magnifico acquedotto e di una nuova necropoli, che le diedero quell’aspetto monumentale ancora oggi visibile. I numerosi reperti di età Romana della Collezione Pischedda, che abbracciano un lungo arco di tempo che va dal periodo Repubblicano alla fine dell’età Imperiale, provengono per la maggior parte dalla Necropoli di Tharros e testimoniano, accanto alla produzione locale, la fitta rete di importazioni tra la Sardegna e il resto del mondo romano. Il periodo Repubblicano (238-27 a.C.) è documentato da materiale d’importazione proveniente dalle regioni dell’Etruria e della Campania, rappresentato da vasellame da mensa decorata a vernice nera e da alcuni unguentari a fuso o a corpo ovale di varie fogge e dimensioni. Al periodo Romano Imperiale si può ascrivere il vasellame da mensa a vernice rossa di produzione centro-italica (sigillata italica): spicca un bellissimo piatto a vernice marmorizzata di produzione sud-gallica di cui sono piuttosto rare le attestazioni in Sardegna. Nel medesimo periodo la Sardegna fu interessata, a partire dal 50 d.C., da una fitta rete di commerci con il Nord Africa che determinarono l’arrivo nell’isola di un particolare tipo di ceramica denominata sigillata chiara o Africana, caratterizzata da forme diversificate (scodelle, coppe, piatti, brocche e brocchette): nell’Antiquarium Arborense spicca una coppa decorata a “foglie d’acqua” in rilievo contenente una lisca di mugilide e una fiasca da pellegrino. Allo stesso periodo Imperiale si ascrivono le ceramiche a pareti sottili prodotte nell’Italia centro-settentrionale rappresentate da boccalini, bicchieri e tazze talvolta ansati. Tra le ceramiche comuni si segnalano: brocche, fiaschette, bicchieri e casseruole spesso dotate di coperchio e, ancora, i numerosi pesi da rete da pesca testimonianza delle attività economiche degli antichi abitanti di Tharros. Una consistente parte della Collezione Pischedda è rappresentata dalle lucerne che coprono sia il periodo Repubblicano (lucerne a tazzina aperta) che quello Imperiale (lucerne con il becco a volute e lucerne a vasca chiusa decorate secondo l’estro del produttore e il gusto del cliente da motivi vari: scene di caccia, scene teatrali, episodi mitici, lotte, animali e immagini di divinità).

Le anfore in esposizione abbracciano un arco di tempo che va dal sec. III a.C. al sec. VIII d.C. Si tratta per lo più di anfore vinarie di produzione greco-italica, tirrenica e gallica, caratterizzate da corpo e collo allungato, alle quali si affiancano le bellissime anfore olearie di produzione africana a corpo cilindrico, collo corto e orlo ingrossato. I marmi della Collezione Pischedda sono costituiti da due frammenti di testa di puttino, da un busto di personaggio dionisiaco, da un frammento di braccio con panneggio e dall’iscrizione funeraria di P. Sulpicius Rogatus. Vi sono inoltre svariate testimonianze dell’artigianato locale nei diversi materiali: resti di specchi enei, un manico a testa di lupo in bronzo, spilloni per capelli, bottoni e rivestimenti di scrigni di fanciulle tharrensi in osso e, ancora, strumenti da lavoro in ferro provenienti da miniere guspinesi. Spiccano quattro valve di conchiglie con resti di belletto (rosso cinabro) ritrovati nelle tombe di giovani donne. Grande importanza rivestono i vetri di delicata e raffinata fattura, diffusissimi in tutto il mondo romano dal sec. I a.C. al sec. IV d.C. Essi sono rappresentati da urne cinerarie rinvenute nella necropoli di Tharros, talvolta ansate con o senza coperchio, il cui uso era riservato soltanto ai ceti più elevati della società (sec. I d.C.). Ancora: bottiglie, calici e piatti in vetro soffiato (sec. II-IV d.C.) destinati alla mensa dei ceti abbienti in alternativa al vasellame d’oro e d’argento, e ampolline di vari colori che contenevano profumi.

L’Età Vandalico-Bizantina (460-534 d.C. / 534-900 d.C.). Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (450 d.C.), i Vandali conquistarono la Sardegna fino al 534, anno della riconquista bizantina. La scarsità dei corredi funerari alto-medioevali della Collezione Pischedda è da porre in relazione con la sobrietà delle tombe cristiane e con lo spopolamento della città di Tharros. Si tratta di ceramica comune costituita da brocche di produzione tharrense, brocchette con scanalature circolari di produzione bizantina e piatti di produzione africana (sec. VI-VII d.C.). Arricchiscono il quadro le lucerne mediterranee di produzione africana (sec. V-VI d.C.) tra cui spiccano la lucerna giudaica con la menorah (candelabro a sette braccia), rappresentante la prova della presenza di un nucleo di ebrei a Tharros nel sec. IV d.C., e le lucerne paleocristiane col chrismon (monogramma di Cristo o della croce gemmata) appartenenti al sec. V d.C. A queste si affiancano le lucerne bizantine di produzione orientale, probabilmente egiziana, del sec. VII-VIII d.C.

Completano la collezione Pischedda cinque collezioni minori donate all’Antiquarium Arborense dalle famiglie: Carta, Vitiello-D’Urso, Sanna-Delogu, Cominacini-Boy e Pau, che conservano materiali delle stesse epoche.

La collezione di Angelo Carta , costituita dai suoi antenati intorno alla metà dell’800, raccoglie materiali di età fenicio-punica, romana e bizantina. Segnaliamo fra i primi un’anforetta cartaginese, un askòs a forma di volatile e ceramica attica importata nel V sec. a.C. dai mercanti tharrensi. Per l’epoca romana, oltre alla ceramica sigillata italica e ceramica comune, spicca un’urna cineraria in vetro soffiato verde-azzurro del sec. I d.C. Alla fase bizantina si ascrive la lucerna di produzione orientale (egiziana).

La collezione Vitiello-D’Urso è formata dal corredo di una tomba greca della necropoli di Cirene della fine del IV-inizio III sec. a.C. I materiali funerari sono composti da: un’anfora a vernice nera di produzione alessandrina o apula con graffito sul fondo il nome del proprietario Parmeniskos figlio di Erostratos, una statuetta di divinità femminile, un guttario (vaso per versare l’olio nelle lucerne) e, infine, una coppa a vernice nera.

La collezione Sanna-Delogu comprende materiali preistorici, fenicio-punici, romani e alto-medioevali derivati in prevalenza da Tharros e dal Sinis. Eccezionale importanza ha la statuetta della Dea-Madre in arenaria, riferibile probabilmente all’Eneolitico Antico (2700-2300 a.C). Il vasellame fenicio comprende una brocca con orlo a fungo e altri manufatti di ambito funerario. Di età romana sono le ceramiche a vernice nera, in sigillata italica, in sigillata chiara A e il vasellame comune. Di ambito tardo romano è una lucerna bronzea a forma di piede.

La collezione Cominacini-Boy è composta da materiale di corredo funerario fenicio-punico e romano, derivato in gran parte dalla necropoli di S.Giovanni di Sinis. Segnaliamo l’askòs configurato a cavalluccio montato da un personaggio con barbetta a punta (artigianato fenicio della fine del sec. VII – prima metà del sec. VI a.C.), importante esempio in Sardegna di oggetto lavorato al tornio. Il vasellame comprende una brocca con orlo a fungo, due brocche con orlo bilobato e un’anfora vinaria di età punica. La ceramica comune romana di età imperiale comprende vasellame da mensa, una lucerna con raffigurato un leone e, infine, un’anfora romana.

La collezione di Peppetto Pau , primo Conservatore dell’Antiquarium Arborense, abbraccia tre millenni e mezzo di storia del Sinis. Dalle ceramiche neolitiche al vasellame nuragico (pintadera, pesi per telaio, olle) al modello di Nuraghe in arenaria gessosa di Cannevadosu (Cabras-OR), alle terrecotte cartaginesi (piatti, brocche, portaprofumi), alle lucerne romane, alle numerose urne cinerarie. Due stele funerarie mostrano la recezione dei simboli cartaginesi da parte delle popolazioni del Sinis tra l’epoca Punica e quella Romana.