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L'origine è la meta - Inaugurata la mostra su Carlo Contini

  18 07 2021    |    Tematiche: Cultura e spettacolo Turismo Vita di città    |    Io sono: Cittadino

Nella Pinacoteca comunale di Oristano è stata inaugurata la mostra “L’origine è la meta”, retrospettiva commemorativa che celebra Carlo Contini, in occasione dei 50 anni dalla morte.

Il Sindaco Andrea Lutzu e l’Assessore alla Cultura Massimiliano Sanna hanno tagliato il nastro accompagnati dai figli dell’artista, Carla e Valerio, dal curatore Giuliano Serafini e da tanti oristanesi che non hanno voluto perdersi questo importante appuntamento culturale.

L’artista torna a casa, nella sua Oristano, con 90 opere raccolte nella esposizione promossa dal Comune con la Fondazione Oristano, con la collaborazione dei figli di Contini, e curata da Giuliano Serafini.

La Pinacoteca comunale dedicata al maestro ospiterà i preziosi dipinti fino al 9 gennaio 2022. La mostra sarà visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20.

Le opere provengono da collezioni pubbliche e private e documentano il percorso artistico di Carlo Contini, artista che ha sempre attinto dalle proprie origini culturali per procedere verso espressioni tra le più avanzate dell’arte contemporanea. L’intreccio di tradizione e attualità ha permesso al curatore di occuparsi per la terza volta dell’opera di Contini. Le altre sono state in mostre a Oristano (1998) e a Pistoia (2002).

 

La mostra

Nel titolo “L’origine è la meta” il curatore Giuliamo Serafini sottolinea in modo icastico quale sia il senso vero dell’opera di Carlo Contini, artista che, a distanza di cinque decenni dalla scomparsa, si conferma come una delle presenze più complesse e significative della pittura sarda e nazionale del XX secolo.

Quel paradosso ci dice che il pittore di Oristano ha saputo evolvere a livello creativo senza perdere mai di vista le proprie radici, il proprio atavismo, la propria identità morale e culturale di nativo del glorioso Giudicato di Eleonora d’Arborea. Come dire che Contini è artista che “avanza” nel passato e conquista la propria modernità servendosi appunto delle forme, dei colori, della luce, ma anche delle passioni e degli umori ereditati dal secolare patrimonio folklorico della sua terra.

Se dunque l’obiettivo, la meta, è quanto ha alle sue spalle, Contini sa di poter contare su una guida sicura, su una lezione genetica che, tra gli anni ’20 e ’30, dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Roma e un lungo soggiorno a Venezia, lo porta ad affrontare tematiche diverse. Ci sono in primis le processioni religiose e i riti ancestrali dove l’artista anticipa una sensibilità espressionistica e populistica che rinnova lo stereotipo vernacolare di cui gli ottimi Biasi e Figari si erano fatti lodati interpreti.

In Contini, complice l’ammirazione per Rouault, il sentimento del sacro e del profano si fanno piuttosto valori equivalenti, imponendosi sia per poetica che per vigore espressivo; come nello spettacolare Processione de Su Jesus o Confratelli rossi (1927) o in Allegoria Arborense (1933-37) della chiesa della Madonna della Grazie di Solarussa, forse il più notevole esempio di pittura religiosa italiana del XX secolo. Introspezione psicologica e realismo spinto fino alla brutalità, sono le note ricorrenti della produzione ritrattistica (L’ubriacone, 1930, Titino Sanna, 1945, Confratello verde, 1948), genere assai frequentato da Contini fin dagli esordi: si ricordano i due magnifici autoritratti del 1922 e 1925 e più tardi, quelli da maturo del 1935.

Gli eterni ritorni dell’artista ad Oristano dicono di una vicenda creativa che – ormai aperta a influenze europee quali quelle di Ensor, Kokoschka fino, più tardi, a Delaunay – non saprà mai rinunciare al rassicurante recinto degli affetti. Negli anni ‘30 Contini insegna alla Scuola di Arti Applicate Francesco Ciusa e nei ’50 alla Scuola di Avviamento Professionale della sua città. Nel 1949 sposa la pistoiese Dorotea Guarducci, da cui ha due figli, Valerio e Carla. Nel 1956 è incaricato di eseguire una serie di grandi dipinti d’ispirazione storica e rurale per la Cantina della Vernaccia al Rimedio.

Agli inizi degli anni ’50, la svolta verso il superamento della figurazione si avverte in opere quali Ballo tondo (1950), Sa Sartiglia (1952) e Pariglia (1955). Ma sarà solo con Ritmi di giostra (1959), dipinto che richiama modalità stilistiche del cubismo orfico, che Contini tenta e risolve con estrema naturalezza il linguaggio aniconico, anche se fino all’ultimo non abbandonerà del tutto il genere figurativo (Pietà, 1963, Vestizione de Su Componidori, 1965). Tra le prove più sentite di quest’altro Contini – che in realtà resta l’erede legittimo del primo, dell’unico “Lelletto”, come veniva affettuosamente chiamato nel giro dei familiari e amici – si ricordano Pietà (1959), Processione de Su Jesus (1960), Santulussurgiu (1962), Luci e ombre del Supramonte (1961), Santulussurgiu vicolo nord (1966), fino all’enigmatico La macchia (1963), onirico rigurgito di una memoria privata e collettiva mai perdute.

Chiudono la mostra e il catalogo due grandi opere di uguale formato, eseguite a distanza di dieci anni (1958-68), che il curatore ha voluto affiancare in un virtuale dittico, là dove l’illuminata ambiguità del sacro che fa da filo conduttore all’intera opera del pittore di Oristano, tocca la sua più alta resa emblematica.

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