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I figoli di Oristano: dal Gremio alla Società della SS. Trinità.

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Le prime attestazioni scritte della presenza di mastri figulini – un tempo congiolargios, oggi figoli - nella città di Oristano, le dobbiamo a due importantissimi antichi documenti, il Condaxi Cabrevadu e il Condaghe di Santa Chiara. Nel primo (c. 25v, anno 1506) si cita Pillonj Canj congiolargiu. Nel secondo (c. 2v, 1545 ca.), Antiogo Siddi, coniolargio, che prende in affitto una casa nel burgu de sos coniolargios, il sobborgo proprio di questi artigiani, tra i quali, inoltre, sono citati il coniolario mastre Sebestià Noni (c. 32v, 1591; anche in cc. 47v; 54r); maistu Antogu Pintus coniolarju (c. 34v, 1592); mastre Miquel Llija coniolario (c. 49v, 1592). Su burgu de sus congolaros è citato in un altro documento (c. 58v, 1549).  La sua ubicazione era nei pressi dell’attuale chiesa di San Sebastiano, dove ancora oggi esiste la via Figoli. Fu Giovanni Francesco Fara, nella sua Chorographia Sardiniae, del 1580, a indicarlo come uno dei borghi fuori le mura della Città.

La Corporazione (Maestrança o Gremio) dei figoli (alfareros in Castigliano) fu costituita nel 1692, con la redazione dello Statuto, le cui norme, approvate dalle Autorità locali e del Regno, regolavano ogni aspetto delle attività amministrative, professionali e spirituali degli associati.  I manufatti prodotti erano immessi sul mercato oristanese secondo tariffari stabiliti dall’Amministrazione della Città, con prezzi che furono ritenuti sempre troppo bassi dagli stessi artigiani, per cui per un secolo e mezzo non mancarono dure contrapposizioni tra le due parti. Al di fuori del territorio oristanese, i prezzi erano stabiliti liberamente dai commercianti.

Simili contrapposizioni a parte, il Gremio divenne una realtà perfettamente integrata nella vita economica, sociale e spirituale della città. Con il pagamento della tassa annuale relativa alla cottura delle terraglie, i figoli contribuivano puntualmente alle finanze municipali. Partecipavano alle celebrazioni religiose con propri gonfaloni e prendevano parte coralmente anche ai vari festeggiamenti e spettacoli organizzati  in occasione di eventi particolari.

Nella seconda metà del sec. xviii, i contrasti tra associati del Gremio e Amministratori cittadini divennero aspri, a causa dei prezzi troppo bassi imposti alle merci dal tariffario vigente e allora, per dirimere la questione e soddisfare le pressanti richieste della clientela, il 3 luglio 1772 fu ufficialmente pubblicato dagli amministratori cittadini un nuovo tariffario per le terraglie, accettato dai vasai in cambio della concessione, formalizzata il 2 settembre 1772, della libera e gratuita estrazione dell’argilla dai terreni comunali messi a loro disposizione. Con tale accordo, i vincoli d’interdipendenza tra Gremio e Città divennero ancora più stretti.

Ai primi dell’Ottocento, le vicissitudini del Gremio non differivano da quelle testimoniate nel secolo precedente, con i vasai, da una parte, decisamente propensi ad aumentare i prezzi di vendita dei loro manufatti ai locali, a causa del rincaro sia dei costi di trasporto dell’argilla, dai fossi alle botteghe, e della galena, acquistata in luoghi lontani, sia della legna per i forni; e l’Amministrazione cittadina, dall’altra, intenta sempre a vigilare e a far rispettare gli accordi ufficialmente registrati. In mezzo, c’erano le rimostranze dei concittadini, desiderosi di conservare il privilegio di poter acquistare a prezzi calmierati le indispensabili stoviglie.

Mentre i costi di produzione aumentavano nel tempo, ciò che invece rimaneva invariato era il modo di produrre, imposto dalla tradizione del Gremio, con la solita, consuetudinaria gamma di manufatti in listino, e con forme, fatture e misure sostanzialmente inalterate da secoli, come osservarono Alberto Della Marmora e Vittorio Angius, quando fecero visita a Oristano e riconobbero agli artigiani grande perizia tecnica ma limitata apertura ai nuovi gusti.

A metà del secolo, per risolvere l’annosa disputa sui prezzi, il Consiglio Comunale, alla presenza dei figoli, procedette ufficialmente alla modifica del tariffario, tenendo conto delle esigenze più volte rimarcate dagli artigiani, ai quali, in cambio, si raccomandava di mostrare la tariffa nella porta della propria bottega e di non vendere l’argilla estratta e le terraglie prodotte ad artigiani o commercianti non soggetti alla tariffa stessa, onde evitare speculazioni. L’Amministrazione ordinava, inoltre, che i terreni argillosi concessi dal Comune fossero accessibili ai soli artigiani obbedienti alle disposizioni sottoscritte; che gli scavi compiuti presso pubbliche strade, danneggiandole, fossero colmati, ripristinando la viabilità; che le zone degli scavi fossero ben chiuse e delimitate; che i terreni concessi, esaurita l’argilla, si ritenessero di primo dominio dell’Amministrazione Comunale e, infine, che gli stessi figoli riportassero in Municipio campioni dei manufatti da loro posti in vendita, per verificarne la qualità, in caso di contenziosi.

La vita della corporazione era però ormai giunta alla fine, perché con Regio Decreto del 29 maggio 1864, n. 1797, i gremi erano aboliti e in base all’art. 5° del relativo regolamento, che era stato approvato con il Regio Decreto del 20 novembre 1864, n. 2005, i dirigenti e gli amministratori di ogni corporazione avrebbero dovuto consegnare tutte le carte e i fondi ai municipi di appartenenza. I vasai oristanesi rimasero uniti, conservarono la struttura associativa antica e formarono la Società della SS. Trinità, il cui fine ultimo era quello di proteggere la pratica dell’arte. Per tale motivo, nel 1867 lo Statuto fu tradotto dal Castigliano e rinnovato.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, i progressi scientifici dell’epoca, l’attenzione all’igiene e alla salute, la miglior conoscenza dell’utilizzo delle materie prime e delle loro proprietà, ebbero i loro effetti anche sull’antica arte dei vasai. La presenza di piombo oltre certi limiti tra i composti utilizzati, per esempio, fu rigorosamente impedita.

Walter Tomasi

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