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I tariffari dei congiolargius

di Walter Tomasi

 

Nell’Archivio Storico del Comune di Oristano, tra le testimonianze documentarie ivi custodite, sono presenti alcune carte dei secc. xvi-xviii, collocate nei fondi della Sezione Antica, e altre del xix secolo, facenti parte della Sezione Storica, tutte dedicate ai tariffari dei prezzi delle prestazioni d’opera e dei manufatti degli artigiani e di altre categorie di lavoratori operanti nella città, nei suoi borghi e nei tre Campidani.

Questi documenti, compilati scrupolosamente dagli amministratori cittadini, elencavano e descrivevano dettagliatamente, specificandone gli importi, le peculiari caratteristiche dei beni e dei servizi offerti da maestri e salariati e così contribuivano al mantenimento di una situazione di equilibrio tra le richieste dei consumatori e le esigenze dei produttori.

Con i tariffari, gli amministratori stabilivano regole di carattere commerciale e produttivo e definivano le misure ritenute necessarie per lo sviluppo e la tutela delle attività locali, provvedendo, periodicamente, alla revisione e all’aggiornamento dei contenuti delle ordinanze in vigore, con la volontà di favorire, da una parte, i bisogni mutevoli della clientela e, dall’altra, le aspettative economiche e professionali dei lavoratori.

Per il xvi secolo, sono finora due i documenti specifici rinvenuti e studiati, il più antico dei quali è contenuto in un registro custodito nella serie dei Registri di Consiglieria, con numero di inventario 277 (cc. 23v; 24r; 27r-31v), relativo agli anni 1566-67, ma con parti risalenti al 1562; l’altro, redatto nel 1597, contrassegnato dal numero 1342 e presente nella serie Disciplina delle arti e dei mestieri, s’intitola, in Catalano, Taxació de offissis de maestran[ces] y àls e, in Italiano, Tariffa degli Artisti. Nell’uno e nell’altro, fra le numerose categorie artigianali citate (maestrances), sono ampiamente annoverati i congiolargius, ovvero i figoli (figuli).

Questi, chiamati anche mestres de stretgio e alfareros, erano così radicati nella città di Oristano, da aver dato il loro nome a un intero quartiere, e di essi, già nel xvi secolo, erano generalmente riconosciute e assai apprezzate, in tutta l’Isola, l’abilità e la creatività. Confrontando le tariffe, si nota che nel Registro n. 277 i tipi di manufatti elencati, destinati alla produzione e vendita, sono di numero non ampio, poiché vi si menzionano solamente brocche, brocchette, olle, oliere, scodelle, piatti a base piatta o ad anello, bacini, borracce, boccaletti e catini per impastare, senza indicazioni particolareggiate, pochissimi casi a parte, delle loro dimensioni e fogge. Forse una produzione così limitatamente differenziata, nelle tipologie e nelle forme, era dovuta alla ancora circoscritta capacità, di questi prodotti, di reggere il confronto con quelli di importazione, specie iberici, di qualità generalmente superiore.

Nel documento n. 1342, invece, sono abbondantemente elencate terraglie di ogni tipo, soprattutto di uso domestico, quali orci, anfore di diverse misure, recipienti grandi e piccoli per impastare o per la vendemmia, tudoneres, piatti, scodelle di foggia varia, olle grandi, medie e piccole per cucinare; e poi, ancora, olle per l’acqua, bacini grandi e medi per impastare o di uso comune, borracce di dimensioni, forme e utilizzi diversi, vasi con beccuccio versatoio per l’olio, tegami grandi e piccoli, catinelle, bricchi a beccuccio per bere acqua, vasi capienti per conservare e travasare liquidi. Tra i prodotti elencati, inoltre, sono compresi anche i cadúfols per le norie. Alcune delle stoviglie enumerate nel documento, in base alla loro descrizione e al prezzo imposto, risultano di semplice fattura e a buon mercato, mentre altre sono parzialmente o interamente estanyadas, vale a dire invetriate o ingobbiate, e quindi più funzionali ed esteticamente gradevoli. Alla fine del Seicento, dunque, i figoli locali avevano incominciato a differenziare la loro produzione, con la creazione di manufatti più eterogenei e di fattura superiore, non solo per reggere la concorrenza, ma per espandersi commercialmente con successo anche in altri mercati isolani.

Nel Settecento, a causa delle notevoli spese per l’acquisto della legna per i forni e della galena utilizzata per l’invetriatura, i figoli furono costretti a vendere i loro prodotti a prezzi più alti, contravvenendo alle disposizioni cittadine, che stabilivano prezzi calmierati per i mercati locali e liberi per le vendite in altri territori sardi o d’oltremare. Il braccio di ferro tra il Gremio e l’Amministrazione cittadina – che si riproporrà costantemente, fino all’abolizione delle corporazioni nel Regno di Sardegna – ebbe temporaneamente termine con il tariffario del 4 luglio 1772, che fu riconfermato il 18 luglio 1822, come riportato nel Registro di Consiglio Comunale n. 753, c. 7v. Ma gli episodi di aperta trasgressione ai prezzi imposti furono costantemente denunciati dagli abitanti della città e lo scontro tra figoli e amministratori cittadini sfociò in una estenuante causa civile.

I tariffari ottocenteschi, ripresi e modificati più volte dall’Amministrazione comunale tra il 1853 e il 1854, sono custoditi nella Sezione Storica, fondo Archivio del Comune di Oristano, nei fascicoli 9146-9035 e nei registri 753-754 delle Delibere del Consiglio Comunale.Questi documenti furono deliberati nello spazio di pochi mesi gli uni dagli altri, per aggiornare costantemente le piccole variazioni di prezzo di alcuni manufatti, secondo le motivate richieste dei vasai. Essi contemplano  una vasta gamma di prodotti ceramici, distinti per qualità e fattura, per grandezza e capacità, per utilizzo e per foggia, con una diversificazione di ampio spettro che doveva rispondere ai gusti e alle necessità di una clientela variegata e stratificata in più livelli economici e sociali. I figoli oristanesi emergevano, tra tutti gli altri presenti nell’Isola, per la loro perizia e rinomanza, tant’è che la loro arte aveva riscosso grande interesse tra i collezionisti stranieri ma, come ci testimonia padre Vittorio Angius, la loro produzione era pur sempre ingabbiata dalle rigide norme degli antichi statuti, per cui la possibilità di ampliare le soluzioni tecniche e arricchire le sperimentazioni estetiche risultava sostanzialmente limitata.

 

Walter Tomasi

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